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.......“Sbagliando
s’impara”
Scoperto il DNA del Tuber Melanosporum grazie
all’investigazione della biologia molecolare.
Vent’anni
dopo il secondo incontro, piú di 200 partecipanti
di 23 nazioni si sono incontrati a Spoleto dal 25
al 28 novembre per fare il punto sugli studi sul tartufo,
condividere riflessioni, esperienze, successi e insuccessi.
Un congresso di spessore, egregiamente organizzato
dalla Comunità Montana dei Monti Martani e
del Serano e l’Università degli Studi
di Perugia.
Le riflessioni sono state tante, cosí come
i successi ottenuti da parte dell’investigazione
scientifica, specialmente la biologia molecolare,
con la ricostruzione
del DNA del Tuber melanosporum.
Rispetto al Congresso del 1988, è cambiata
la filosofia di approccio alla tartuficoltura, l’informazione
per il tartuficoltore risulta fondamentale perchè
rappresenta un aspetto chiave per la buona riuscita
dei suoi sforzi.
Il prof. Arturo Ceruti, uno dei partecipanti al congresso
del 1988 disse: “abbiamo le piante micorrizzate
dobbiamo far si che conservino, una volta piantate,
le condizioni per arrivare alla riproduzione”.
Dunque per elaborare i suoli ottimali per ogni specie
di tartufo, è importante, tra gli strumenti
da mettere a punto, lavorare con i cloni (selezione
delle coppie appropiate pianta-fungo) e con il sequenziamento
dei genomi che la biologia molecolare sta già
facendo per aiutare il tartufo a svilupparsi correttamente.
Oggi si applica il sistema di coltivazione integrato,
dove è importante prima scegliere qual è
l’itinerario tecnico dato che le tecniche di
coltivazione in campo non possono essere generalizzate
e il tartuficoltore non ha esempi a cui appigliarsi,
e poi appoggiarsi alle nuove
tecnologie: macchine per zappare,
scavare, reti sensori, monitoraggio per eventuale
aumento della produzione ed efficenza, visualizzazione
della piantagione attraverso la connessione internet,
l’introduzione di strumenti, non solo per la
comunità scientifica, come quelli che permettono
la regolarizzazione dell’acqua, l’irrigazione
controllata, la telesorveglianza per antintrusione,
nuovi sensori integrabili, database etc.
I successi ottenuti nelle ricerche applicate al miglioramento
delle piante tartufigene attraverso il controllo dell’inoculo,
l’utilizzo di piante micorrizzate certificate
e l’approfondimento delle esigenze ambientali,
hanno contribuito alle tecniche di coltivazione delle
piante tartufigene in campo e alla riduzione del periodo
improduttivo iniziale delle tartufaie da 10/12 anni
a 5/6 anni.
Gli insuccessi a cui si cerca di trovare la soluzione
sono diversi, alcuni sono problemi di natura ecologica
che non hanno ancora una spiegazione certa, per esempio
come avviene la sostituzione della micorriza del tartufo
coltivato con altri funghi o tartufi, (il Tuber magnatum
può diventare Tuber borchii), oppure la senescenza
delle piantagioni che iniziano, producono bene per
5/10 anni e poi si esauriscono di colpo. Un altro
problema è rappresentato dalla moria delle
tartufaie naturali, (forse a causa dei cambiamenti
climatici e dell’inquinamento ambientale) che
sta preoccupando il settore soprattutto per le varietà
più pregiate, come il Tuber magnatum pico (tartufo
bianco) che si trova solo allo stato selvaggio. “Stiamo
distruggendo le tartufaie con l’abbattimento
costante di piante selvagge come l’agatone (pianta
malata), sono le piante malate che producono il tartufo
banco” ha commentato Gabriella Di Massimo,
agronomo e ricercatrice dell’Università
di Perugia, sottolineando che bisogna studiare di
più la sua possibile coltivazione (micorrizzazione)
per salvaguardare le tartufaie naturali ed evitare
il rischio di rimanere senza prodotto sopratutto in
Italia centrale.
Il Prof. Mattia Bencivenga dell’Università
di Perugia ha risaltato invece l’importanza
della presenza nelle piantagioni delle piante “comari”(che
svolgono un’attività coadiuvante) come
ad esempio la lavanda, che ha aiutato nell’aumento
della resistenza del tartufo al calore; di fatto una
forte siccità e alte temperature come quelle
registrate nelle ultime stagioni (vedi la onda di
calore nel 2003) possono provocare l’annullamento
della produzione (nel 2005 una piantagione di Tuber
melanosporum produsse 100 kg. nel 2006 passó
a 35 kg. e nel 2007 ne produsse solo 1 kg. con il
danneggiamento irreversibile delle micorrize nelle
radici superficiali, a circa 7/8 cm. di profondità).
“È necessaria più informazione
per politici e istituzioni, affinchè promuovano
leggi che sostengano la ricerca; ci sono troppi cavatori
sul territorio, bisogna fare uno studio della sopportabilità
del territorio, onde evitare distruzioni del medio
ambientale”. Cosí commenta il Prof.
Gérard Chevalier, considerato il decano
della tartuficoltura.
Questo aspetto sottolineato da Chevalier, trova d’accordo
un cavatore di Umbertide-Città di Castello,
che con 130 anni di esperienza e tradizione di famiglia,
fa notare che nella sua zona sono passati da un numero
sostenibile di 60 a 4800 cavatori, una strage per
il bosco che ora si ritrova senza piú la cura
costante dell’uomo, con piante cresciute in
terreni abbandonati e la progressiva riduzione dei
piccoli pascoli da 10-15 capi che eliminano gli arbusti
infettanti, con il risultato di una eccessiva chiusura
del bosco.
Accanto a una forte presenza spagnola che sta lavorando
molto bene, con importanti progetti di sviluppo e
coltivazione del territorio locale, abbiamo scoperto
il produttore di white truffle oil del Oregon che
compra però l’olio di oliva in Turchia
(a questo punto ci si domanda dove prende il tartufo
bianco) o l’ imprenditore
di Las Vegas che vuole tenere segreto cosa fa nel
deserto,
mentre gli australiani spiegano quanto successo ha
il tartufo nero pregiato Melanosporum che producono
ed esportano in tutto il Giappone e a Singapore dal
porto di Perth. Non è mancata neanche un po`di
polemica sul tartufo cinese “Tuber indicum”
che in Italia è proibito vendere ed importare
ma che qualche furbo riesce a comprarlo per metterlo
nelle conserve che poi rivende ad un prezzo molto
superiore al suo valore.
Le varie attività parallele previste durante
tutta la settimana hanno permesso ai partecipanti
di scoprire anche l’anima nascosta di questi
luoghi, visitando tartufaie naturali, città
medioevali e degustando la ricca cucina della zona,
come il Cinghiale al Sagrantino, la zuppa di ceci
e castagne, formaggi con miele al tartufo. I salumi
tipici come il Mazzafegato, la Coppa di testa, ossia
testa di maiale pressata condita con scorza di arancia
fresca, pinoli, spezie, e il pane di Struttura, senza
sale con lievito madre, acqua e farina cotto al forno
a legna con fascine, si possono comprare da Paolo
nel paesino di Struttura, a pochi chilometri da Spoleto.
Provate poi ad andare alla “Osteria
del Matto” a Spoleto, sedetevi,
e lasciatevi trasportare dalle stranezze dell’oste
Filippo Proietti, che poi propio strano non è,
ma particolare si, sopratutto nel coccolare (gastronomicamente
parlando) i clienti (la sua mamma sta nella cucina
e se ne intende), e tra un piatto e l’altro
(non chiedete, decide tutto lui) fate un giro per
il locale e la cantina, pieno di cose curiose come
una collezione di pinocchi, tra cui spicca un francobollo
goliardico originale della Regina
Elisabetta con il naso da pinocchio (emesso
in tiratura limitata e scoperto dagli 007 inglesi
che lo fecero ritirare subito dalla circolazione).
Non è mancata la degustazione del vino Sagrantino
di Montefalco nella bellissima residenza delle Cantine
Novelli che lo producono e commercializzano
e nemmeno la Cena di Gala
al Palazzo Leti Sansi, dove si è tenuta anche
una Kermesse del Tartufo e dei prodotti enogastronomici
del territorio spoletino, che il Consorzio
Spoleto Tipica (futura nuova struttura promossa
da Fabrizio Gentili)
promuoverà per offrire opportunità di
sviluppo e crescita alle aziende artigiane locali.
Insomma, l’appuntamento per tutti i partecipanti
è tra vent’anni, al 2028 col 4º
congresso al quale speriamo tutti di poter ritornare
con nuove scoperte e successi.
Panorama Mondiale
-segue -
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